Il caso Dreyfus
(Da: “A cento anni dall'affaire: la vera storia del caso Dreyfus e deduzioni peritali”, di Renato Perrella. Articolo pubblicato sul n. 84/1989 della rivista “Scrittura”)
 
Prima fase: 1894-1895
Com'è nato il caso Dreyfus? Siamo nel 1894. A provocare la scintilla che infiammò la Francia degli anni spensierati fu una domestica analfabeta, madame Bastian, che sbrigava bassi servizi presso l'ambasciata tedesca a Parigi. I bassi servizi li sbrigava solo per i tedeschi; ai francesi rendeva molto più in utilità, frugando nel cestino della carta straccia dell'addetto militare, colonnello Von Schwartzkopfen. Per 250 franchi al mese ella passava alla polizia ogni brandello di foglio che il colonnello appallottava e gettava nel cestino. Il predetto colonnello praticava lo spionaggio in modo ingenuo, visto che non distruggeva i messaggi segretissimi ricevuti (e ben pagati) dagli informatori francesi. Talora, addirittura, dopo averli fatti ricopiare, li mandava, così com'erano, al collega italiano, colonnello Panizzardi, anche lui preoccupato di scoprire i segreti bellici dell'armata di Parigi. Il 26 settembre 1894 madame Bastian raccolse nello studio di von Schwartzkopfen e consegnò al comandante Henry, dello spionaggio francese, i frammenti di una lettera scritta da un ufficiale francese, che comunicava ai tedeschi (cioè al nemico che vent'anni prima s'era mangiato l'Alsazia e la Lorena e aveva sfilato orgoglioso per Parigi) una serie di informazioni. Informazioni non eccezionali: riguardavano un nuovo freno idraulico, le modifiche apportate dallo Stato Maggiore all'organizzazione delle truppe di copertura, una nota sul Madagascar. Era in sostanza una lettera contenente un elenco (il famoso "bordereau"). Henry si spaventa. Passa la lettera al ministro della Guerra, generale Mercier, che avverte immediatamente il presidente della Repubblica, Casimir Perrier, e il presidente del Consiglio, Charles Dupuy. Si riunisce il consiglio ristretto: l'affare esplode nelle alte gerarchie dello Stato.
Quando il bordereau cominciò a circolare negli uffici dello Stato Maggiore, vi furono due grafologi dilettanti, Paty De Clam e il colonnello D'Aboville che si orientarono verso la grafia dell'ufficiale di artiglieria, capitano Alfred Dreyfus. Dreyfus era in un certo senso un predestinato ad essere sospettato. Sgobbone, introverso, freddo, scostante, intelligente, emergente, alsaziano e, per giunta, ebreo. Dal sospetto per motivi estragrafici al sospetto per motivi grafici il passo era breve. Ma, ciononostante, era chiaro che i sospetti dei due ufficiali, dilettanti grafologi, non bastavano. Il generale Mercier, ministro della Guerra, si rivolse allora al ministro guardasigilli e gli chiese il nome di un perito. Questo indicò Gobert, perito della Banca di Francia. Gobert accertò che: 1) il bordereau era rapido e spontaneo, 2) vi erano uguaglianze con la grafia di Dreyfus nei caratteri generali, vi erano anche uguaglianze nei particolari, ma vi erano anche diversità numerose ed importanti. Gobert concluse quindi che il "bordereau sembrava essere di persona diversa da quella sospettata". Putroppo fu egli stesso a chiedere, per agevolare il suo lavoro, che gli ingrandimenti fotografici fossero fatti presso il Servizio d'identità Giudiziaria, cioè nel laboratorio della prefettura di polizia, che allora era diretto da Alfonso Bertillon. Fu così che Bertillon entrò nel caso Dreyfus. Insoddisfatto dalla conclusione espressa dal Gobert, il generale Mercier volle andare in fondo. Allora il generale Gonse, che aveva ricevuto dal Bertillon gli ingrandimenti fotografici, tornò da questi e gli chiese una perizia grafica.  
 
 
Alfonso Bertillon e la antropometria
Chi era Bertillon? Era figlio di un medico. Entrato come protocollista alla prefettura di polizia, si interessava alla identificazione dei criminali, che allora era empirica, grossolana e si prestava a frodi e corruzioni. Egli ebbe l'iniziativa e il coraggio di applicare all'identificazione degli imputati i criteri dell'antropometria, che è la misurazione di certe variabili del corpo: testa (lunghezza e larghezza), diametro bizigomatico, piedi, dita, etc. Era in sostanza la applicazione alla criminalistica della metodologia etnologica del Quetelet, integrata dal ritratto parlato, inventato dal Bertillon stesso, che è una descrizione analitica dei tratti somatici e delle peculiarità (i cosiddetti "contrassegni", quali nei, cicatrici, angiomi, etc.).
Tutto preso dalla sua scoperta antropometrica, Bertillon guardò con diffidenza al successivo emergere della identificazione basata sulle impronte delle dita, cioè della dattiloscopia, in cui vide non già, come doveva, un progresso della scienza, ma, con cieca faziosità, una pericolosa concorrente della sua antropometria. Combatté quindi la dattiloscopia finché visse, anche se storici male informati hanno fatto di lui uno dei fondatori della dattiloscopia. E torniamo al caso Dreyfus. Bertillon aveva fondato, nella prefettura di polizia, il Servizio d'Identità Giudiziaria. Naturalmente questo servizio, dotato di un laboratorio tecnicamente avanzato, era divenuto, per gli ambienti giudiziari e criminalisti, centro di attrazione e di consultazione. Quanto alla perizia grafica, Bertillon aveva scritto che si trattava di cosa irrazionale, che non era argomento di scienza e che egli non vi credeva.
Al momento in cui Gobert ricorse a lui, Bertillon non era ancora un perito grafico. Egli si limitava a fotografare documenti per uso poliziesco o giudiziario e ad ingrandirli per rendere più facile il loro esame. E fu per gli ingrandimenti che Gobert, come si è detto, si rivolse a Bertillon. Nonostante - si noti - non avesse mai fatto una perizia grafica in vita sua, nonostante il proclamato scetticismo, avuto l'incarico di eseguire la perizia, Bertillon l'accettò. Improvvisando tutto, fermò la sua attenzione sull'esame dei caratteri intrinseci del bordereau piuttosto che sul confronto tra la grafia di Dreyfus e quella del bordereau. E fu un errore fatale. La sua prima conclusione, tuttavia, fu cauta. Nonostante la suggestione dello Stato Maggiore che gli insinuò esserci prove schiaccianti contro Dreyfus. Egli concluse col dire: "Se si scarta l'ipotesi di un documento falsificato con la più grande diligenza, appare manifesto per noi che è la stessa persona che ha scritto tutti i documenti di comparazione e quello incriminato".  
L"'autofalsificazione" e la condanna di Dreyfus
Fu solo successivamente che egli maturò l'ipotesi della "autofalsificazione", che divenne il cardine della sua teoria. Poiché il termine "autofalsificazione" è noto solo agli iniziati, è bene accennare una spiegazione. Facciamo un esempio: l'autore di un anonimo scrive con la sua grafia, ma alterando lievemente il suo grafismo, intercalandolo con ritocchi, incertezze, etc. cioè con difetti propri dell'artificio imitativo, al fine di poter poi dire, se sospettato, che si tratta di imitazione della sua scrittura. Questo sarebbe un caso tipico di autofalsificazione. Nonostante il fanatico entusiasmo del Bertillon per questa sua scoperta la sua teoria è di scarso valore pratico. È chiaro infatti che l'autore di un anonimo preferisce dissimularsi più che può, piuttosto che scrivere con la propria grafia, salvo piccoli ritocchi e piccole diversità. Se non è un temerario folle, non ricorre alla metodologia, troppo machiavellica e soprattutto troppo pericolosa per essere realistica, dell'autofalsificazione.
Tuttavia Bertillon si innamorò di questa sua scoperta, così come si era innamorato della sua identificazione antropometrica. Per assecondare le sue fantasie adattò il bordereau alle sue conclusioni, trattando e manipolando il documento primitivo sulle tavole fotografiche, cosicché il bordereau, malamente ricostituito a mosaico (era stato trovato a pezzetti) ne risultò alterato, ingrandito, impicciolito, ritoccato, ricalcato, ritagliato, incollato e truccato, ad uso e consumo della teoria dell'autofalsificazione.
Sulla base di questo pateracchio venne fuori la famigerata esposizione che il Bertillon sviluppò nelle udienze del primo processo, in cui, farneticando sulla diabolica abilità del Dreyfus, capitano di artiglieria, elaborò, o meglio inventò, la teoria di un Dreyfus attento a difendersi da tiri da destra ma anche da tiri da sinistra. rinchiuso in una fortezza ideale, munito di un arsenale di munizioni, che sarebbero stati poi i suoi trucchi grafici, pronto ai tiri di batteria e di controbatteria, accorto elaboratore di misure, di multipli e di sottomultipli, geniale difensore della sua cittadella, ma, purtroppo per Dreyfus, caduto alla fine sotto gli artigli di un genio più geniale di lui, cioè di Bertillon, che aveva scoperto e la strategia di Dreyfus e i suoi codici segreti.
Ne venne fuori alla fine una esposizione genialmente folle, che fu ascoltata con stupore dai giudici del primo processo, i quali non ci capirono nulla, ma si convinsero che, alla fine, questo Bertillon doveva essere un grand'uomo e che Dreyfus doveva essere un furbo matricolato. Ma torniamo indietro.
Al parere del Bertillon, prima della celebrazione del processo, fu deciso di affiancare altri pareri, di altri periti. Questi furono: Pelletier, Charavay e Theyssonieres. Pelletier. redattore al Ministero delle Belle Arti, terzo perito, rifiutò l'offerta non certo disinteressata di "aiuto" fattagli dal Bertillon. Trovò che il bordereau non era dissimulato. Concluse che le diversità superavano le uguaglianze. Charavay, quarto perito, commerciante di autografi accettò di essere “aiutato" da Bertillon, fece una perizia "logica". Il bordereau, egli ragionò, era segreto e pericoloso: dunque doveva essere dissimulato. In conseguenza: le uguaglianze contavano e le diversità no. Come se, obiettiamo noi, la dissimulazione, posto che esista, possa creare uguaglianze che non ci sono e annullare le diversità che ci sono, se sono sostanziali. Concluse per la colpevolezza di Dreyfus. Teyssonieres, quinto perito, incisore, anch'egli accettò di essere "aiutato" da Bertillon. Fece una perizia "calligrafica". Non si occupò di caratteri generali. Si fermò su pretese sovrapponibilità parziali e approssimative, per sostenere il ricalco. Concluse per la colpevolezza di Dreyfus.
Su quest'ultimo perito conviene soffermarsi un attimo. Teyssonieres era un perito che fu poi radiato dal Tribunale della Senna per gravi fatti morali, trasmise clandestinamente ai giornali ostili a Dreyfus la copia del bordereau, fu condannato successivamente (nel 1901) per il delitto di falsa perizia, fu radiato dall'albo dei periti della C.A. di Parigi nel 1901. A proposito dell'aiuto offerto e fornito dal Bertillon agli altri periti, va rilevato che furono gli stessi giudici militari che proposero a Pelletier, Charavay e Teyssonieres di farsi aiutare dal "precedente perito".
Quale precedente perito, visto che i precedenti periti erano due? Non Gobert, guarda caso, che aveva concluso per l'estraneità di Dreyfus, ma Bertillon, che era per la colpevolezza. Riassumendo: Gobert e Pelletier rifiutarono l'attribuzione. Bertillon, Charavay e Teyssonieres furono contro Dreyfus. Il processo fu celebrato presso il Consiglio di Guerra di Parigi e si svolse a porte chiuse. Il generale Mercier passò sottobanco ai giudici un dossier segreto a carico di Dreyfus e i giudici l'accettarono, nonostante la patente illegalità del fatto, che privava la difesa dei suoi fondamentali diritti. L'avvocato difensore Demange non si dimostrò all'altezza della situazione.
All'unanimità, nel dicembre 1894, i sette giudici dichiararono Dreyfus colpevole e lo condannarono alla degradazione e alla deportazione a vita in fortezza. L'appello fu rigettato. Nel 1895 Dreyfus fu degradato nel quadro di una cerimonia solenne e agghiacciante e condotto all'Isola del diavolo, presso la costa della Guyana francese.
 
La fase intermedia (1896-98)
Nel 1896 inizia la fase intermedia, forse la più intricata e convulsa. Dopo il rigetto dell'appello, lo Stato Maggiore, soddisfatto, si illudeva che il caso Dreyfus fosse sepolto per sempre. Ma non era così. Il fratello Mathieu, la moglie Lucie e, lentamente, un cerchio sempre più largo di intellettuali, prendono a cuore il problema, vogliono penetrare il mistero di una condanna sommariamente sbrigativa. In più c'è il comandante Henry che, nel tentativo di migliorare la situazione, la peggiora, nel senso che, cercando di accumulare altre prove a carico di Dreyfus, per mettere a tacere i sospetti, finisce col farli invece ingigantire. Egli tende a mettere nel sacco anche il suo nuovo superiore, colonnello Picquart, che non accetta gli slogan a occhi chiusi. Picquart mette le mani su una lettera straordinaria: la solita madame Bastian l'ha pescata nel cestino del solito von Schwartzkopfen. E’ un elenco di cose futili (ma di importanza militare) che un ufficiale francese - un certo Esterhazy - invia all'addetto germanico. Sul momento Picquart pensa di trovarsi di fronte a un nuovo caso di spionaggio, ma, fattosi consegnare dal ministero della Guerra l'incartamento che riguardava i precedenti casi di notizie filtrate attraverso la ambasciata di Berlino (quindi anche la lettera attribuita al Dreyfus, si accorge, con sorpresa, che il bordereau, che costituiva il capo d'accusa contro il capitano finito all'isola del diavolo, rivelava la stessa calligrafia della lettera di Esterhazy. Comunicò la scoperta al vice capo di Stato Maggiore, ma si sentì rispondere: "Lascia perdere, l'affare è chiuso". Poco dopo, vedendolo tormentato da dubbi, i suoi superiori lo trasferirono in Tunisia.
Temendo di sparire per avere messo il naso in un segreto tanto bruciante (e per averne fatto cenno a un giornalista dell'Eclair), Picquart lasciò un dossier al suo avvocato che, un anno dopo, lo avrebbe mostrato al vice presidente del senato, Scheurer-Kestner. Vincolato dal segreto (l'avvocato aveva mostrato all'uomo politico il dossier di Picquart facendosi promettere che mai sarebbe stato reso pubblico), Scheurer fece in modo che alcuni documenti del processo, tra cui il famoso bordereau trovato nel cestino da madame Bastian, venissero pubblicati dai giornali. Fu così che un banchiere, leggendo i giornali, notò che la scrittura del bordereau, somigliava moltissimo a quella di un suo cliente "difficile", un ufficiale scioperato, che viveva spendendo più denaro di quanto guadagnasse. Il cliente era il maggiore Esterhazy. Il banchiere allora chiamò Mathieu Dreyfus, fratello del condannato, e gli mostrò i documenti che gli avevano insinuato il sospetto. Cominciò così la seconda parte dell'affare. Un coraggioso giornalista, Bernard Lazare, pubblicò a questo punto un articolo intitolato: "Un errore giudiziario: il caso Dreyfus".
Sulla base della riproduzione del bordereau, pubblicata sul giornale Le Matin, il fratello di Dreyfus si rivolse ai migliori periti internazionali del momento, per fare eseguire il confronto con la grafia di Dreyfus. Furono interpellati dodici periti, francesi, svizzeri, inglesi, belgi, americani, tedeschi, tra cui Crépieux-Jamin, De Rougemont, Preyer. L'utilizzazione di una riproduzione, eseguita per di più su un testo malamente ricostituito dopo tutte le lacerazioni subite, creò difficoltà, anche per i periti di parte, rendendo il testo sospetto. Difficoltà tuttavia superate qualche mese dopo, quando venne fuori la scrittura di Esterhazy, e ancor meglio dopo, in occasione del processo Zola, quando fu possibile vedere l'originale del bordereau. Comunque i dodici esperti conclusero che il bordereau, spontaneo o artefatto che fosse, non era di Dreyfus e quello era il punto essenziale. Poi, venuta fuori la scrittura di Esterhazy, alcuni fra i dodici periti di parte, di fronte al fatto nuovo, ritrattarono la loro precedente ipotesi che si trattasse di un falso imitativo della grafia di Dreyfus.
Tra questi dodici periti di parte spicca la figura di Crépieux-Jamin, medico e grafologo insigne. Jamin fece una perizia favorevole a Dreyfus e fu un atto quasi eroico. L'opinione pubblica era aizzata contro l"'ebreo traditore". La casa del perito fu maledetta, i suoi amici gli tolsero il saluto, la sua clientela lo abbandonò. A questo punto il fratello di Dreyfus, Mathieu, denunziò pubblicamente Esterhazy di essere l'autore del bordereau. Esterhazy reagì chiedendo un'inchiesta. Si reperirono, presso una signora, lettere di Esterhazy che dimostravano il suo disprezzo e odio verso i francesi (Esterhazy era di origine ungherese). Esterhazy venne rinviato davanti al Consiglio di Guerra di Parigi. Tre periti, Couard, Varinard e Balhomme, furono incaricati del confronto tra la grafia di Esterhazy e quella del bordereau. E qui accadde l'incredibile. Nonostante la solare evidenza del caso, i tre periti dichiararono che il bordereau non era di Esterhazy! La vera ragione di questo inspiegabile equivoco si seppe poi: fu la pressione che lo Stato Maggiore esercitò sui periti, a favore di Esterhazy. A seguito delle ripetute pressioni, infatti, i periti conclusero: il bordereau è una maldestra imitazione della grafia di Esterhazy, ma non è di Esterhazy. Lo stesso Esterhazy spiegò che il parere era dovuto al "patriottismo" dei periti. Senza commento.
Chiamati successivamente a chiarimenti davanti alla Corte di Cassazione, quando ormai le prove a carico di Esterhazy erano schiaccianti, i periti si giustificarono dicendo che essi si erano affidati al loro colpo d'occhio e che il loro giudizio sul bordereau era sostanzialmente uguale a quello dell'autorevole Bertillon. Disse Couard: "Mi farei tagliare la testa piuttosto che ammettere che il bordereau è scritto da Esterhazy". Conclusione: Esterhazy venne assolto all'unanimità, anche se poi venne radiato dall'esercito e si rifugiò in Inghilterra. Nel gennaio del 1898 Emile Zola, noto romanziere, nato in Francia da padre italiano e madre francese, pubblicò la famosa lettera aperta intitolata "J'accuse" sul giornale L'Aurore. Egli protestò violentemente contro quelli che osavano mantenere ai lavori forzati l'innocente Dreyfus e coprire il vero traditore. Per questo, Zola fu incriminato, processato e condannato!
Nel 1898 il maggiore Herny, che è la più losca figura, forse, della vicenda, acerrimo nemico di Dreyfus e della verità, protettore di Esterhazy e confezionatore di falsi, confessò i suoi falsi e si uccise Venne intanto ad intrecciarsi con la vicenda principale la figura erolica di una vittima, cioè del colonnello Picquart, perseguitato dallo Stato Maggiore, perché aveva scoperto l'innocenza di Dreyfus e la colpevolezza di Esterhazy e perché voleva che la verità fosse ufficialmente riconosciuta.
Isterismi di massa con accessi di patriottismo e rigurgiti di antisemitismo caratterizzarono questo periodo Anche da parte cattolica si gridò contro Dreyfus Lo fece la Civiltà Cattolica, lo fece il cardinale Rampolla Segretario di Stato del Vaticano contrario alla revisione del processo. Gli ebrei stessi. per paura. cercarono di passare inosservati e si tennero lontani dai difensori di Dreyfus Arrivarono anzi a biasimare quelli che volevano la revisione del processo Dreyfus. Antiche e ricorrenti paure degli ebrei. spiegabili con antiche e persistenti persecuzioni. Da tutto questo caos, tuttavia, venne fuori chiaramente che il caso Dreyfus era stato truccato Il dossier segreto, passato ai Giudici ma non alla difesa. il coraggioso atteggiamento del colonnello Picquart, la confessione dei falsi di Herny, le dodici perizie di partì favorevoli a Dreyfus, la evidente uguaglianza tra la grafia di Esterhazy e quella del bordereau non potevano non lasciare il segno Fu per questi che la Corte di Cassazione. nell'ottobre dichiarò ammissibile il ricorso avanzato dalla moglie di Drefyus per la revisione del processo
 
Terza fase: il processo di revisione di Rennes 1899-1900)
Nel 1899 Dreyfus fu rinviato davanti al Consiglio di Guerra di Rennes per la revisione del processo Purtroppo si trattava. ancora una volta, di un tribunale militare, con tutti i rischi che questo comportava. Nel 1899 furono nominati tre periti Meyer. Molinier, Giry (professori alla Scuola di Paleografia ''Ecole des Chartes") conclusero all'unanimità che il bordereau era di Esterhazy Ma ciò non servi a nulla, come non servì a nulla la stessa confessione di Esterhazy di avere scritto il bordereau, né la prova che nel dossier segreto i documenti erano falsi Altri falsi documenti erano frattanto passati ai giudici dello Stato, Maggiore e furono decisivi Il Consiglio di Guerra di Rennes si convinse che Dreyfus poteva, sì, non avere fatto il bordereau, ma che molti altri elementi provavano che egli era pur sempre un pericoloso traditore. Del resto i giudici erano militari e bisognava pur salvare la faccia allo Stato Maggiore. Si giunse così ad una soluzione di compromesso. Il Consiglio di Guerra commutò la deportazione a vita nella pena di 10 anni di detenzione, confermando la condanna alla degradazione. Per farla finita col caso Dreyfus il presidente della Repubblica, concedette, bontà sua, la grazia a Dreyfus che l'accettò. Fu promulgata infine, alla fine del 1900, una legge di amnistia per tutti i reati connessi col caso Dreyfus
 
Quarta fase: l’assoluzione e la reintegrazione (1904-1906)
Nel 1904 la Camera Criminale accoglie il ricorso contro la sentenza di Rennes e ordina una inchiesta supplementare. Sempre nel 1904 il presidente della Camera Criminale affida a Darboux, segretario permanente dell'Accademia delle Scienze; ad Appel, decano della facoltà di Scienze di Parigi, e a Poincaré, professore nella stessa facoltà, una superperizia statistico-matematica in relazione alla teoria di Bertillon. Essi conclusero che l'ipotesi del Bertillon si basava su riproduzioni artificiosamente ricostituite, manipolate e quindi, sia pure involontariamente, alterate. Le misure furono trovate erronee. Le coincidenze furono trovate approssimative e le pochissime esatte non superiori a quelle possibili per qualsiasi scrittura in base al calcolo delle probabilità. Fu rilevata anche la parzialità della selezione dei campioni a senso unico. Concluse il collegio: Bertillon ha cercato ad ogni costo quello che voleva trovare e, naturalmente, l'ha trovato. In sostanza Bertillon aveva fatto ragionamenti falsi su documenti falsi. Dopo questa superperizia furono sentiti a chiarimenti molti dei periti precedenti. Ci fu anche il colpo di scena: Charavay, uno dei periti del primo gruppo, quello del 1894, dichiarò lealmente: mi sono sbagliato, il bordereau non è di Dreyfus ma di Esterhazy. L'archivista Gribolin fu prezioso per scoprire le falsificazioni dei documenti operate dal maggiore Henry. Bertillon fu invece irremovibile. Chiamato a chiarimenti ribadì, con fanatica ostinazione, il suo convincimento che Dreyfus fosse l'autore del bordereau. Nel 1906 ci fu la sentenza di assoluzione. La Corte di Cassazione, in riforma della sentenza del Consiglio di Guerra di Rennes del 1899, la annullò senza rinvio. Dreyfus fu reintegrato nell'esercito e poi insignito della Legion d'onore. Il caso Dreyfus a questo punto era veramente chiuso. Nel lontano 1930 furono pubblicate le memorie di Von Scwartzkopten, l'addetto militare tedesco in Francia al tempo del caso Dreyfus, che scagionavano completamente Dreyfus. Fu una ennesima e postuma conferma dell'innocenza di Dreyfus.
 
Le cause dell'errore
A questo punto si pone il problema: come fu possibile, che si arrivasse all'errore, tecnico e quindi giudiziario e ad un errore così ciecamente e tenacemente sostenuto?  
Cause estragrafiche
Le principali furono: pressioni dei giudici sui periti, malafede e persecuzioni dello Stato Maggiore, pressione dell'opinione pubblica, suggestioni dei documenti "segreti" e dei documenti falsi, difesa legale non abile e non combattiva. Sono tutte cause che tuttora possono verificarsi.
Cause grafiche
Premessa. Esaminando l'originale, il caso del bordereau si presentava, tecnicamente, come assai semplice, perché: 1) il documento era abbastanza lungo da consentire un parere di certezza; 2) lo scritto era tracciato con spontaneità; 3) il confronto con la grafia di Dreyfus mostrava che esso non era di Dreyfus; 4) il confronto con la grafia di Esterhazy, quando questa fu conosciuta, dimostra all'evidenza che egli era l'autore del bordereau. Si dirà che la grafia di Esterhazy fu conosciuta dopo il primo processo (Parigi). È vero, ma era conosciuta al secondo processo (Rennes) e, ciò nonostante, fino all'ultimo momento - e oltre - vi fu chi, come Bertillon, sostenne che il bordereau era di Dreyfus e non di Esterhazy.
Causa 1) Una prima causa fu la scelta dei periti. Il considerato più autorevole, cioè Bertillon, era alla sua prima perizia. Un altro perito Charavay, era solo un commerciante di autografi. Un altro perito, Teyssonnieres, era solo un incisore. Tre su cinque non erano qualificati. Questa piaga della selezione maldestra dei periti, dura tuttora.
2) Seconda causa: l'esame fu condotto su una fotocopia. La riproduzione fotografica che fu utilizzata dagli esperti, riproduceva recto e verso su un'unica facciata, la trasparenza della carta non veniva evidenziata né si vedevano le tracce dei frammenti ricomposti. Si può quindi spiegare in qualche misura che alcuni periti lo sospettassero di essere artefatto.
3) Altra causa fu il mito della scrittura artificiosa e l'idolatria della "ispezione". L'ispezione è l'esame dei caratteri intrinseci del documento in verifica, indipendentemente dal confronto con gli scritti di comparazione. Essa si basa su: eccesso di variabilità, eccesso di uniformità, eccesso di identità, etc., senza, si noti, verificare se tali presunti "eccessi" siano eccessi, visto che non c'è disciplina che lo insegni, e soprattutto senza verificare se tali presunti eccessi ci siano negli scritti di comparazione, nel qual caso lo scritto in verifica non è artificioso. Bertillon era così polarizzato sull'ispezione del bordereau e così distolto dal confronto, nel quale tuttavia è la vera essenza di una perizia, che quando gli fu portata la scrittura di Esterhazy, rifiutò di guardarla. Ho scritto in proposito un articolo: "Il mito della scrittura artificiosa", ma ho predicato al vento. Quanto poi all'ipotesi della dissimulazione operata a mezzo dell'autofalsificazione da parte di Dreyfus essa è assurda e infantile. Se voleva dissimularsi, Dreyfus non lo avrebbe fatto così poco e così male.
4) Sotto il profilo soggettivo, altra causa fu l'ostinazione fanatica del Bertillon. Il vero responsabile della condanna fu lui. Senza la sua perizia la politica e il razzismo non avrebbero avuto appigli per poter fare il male che fecero. In realtà Bertillon volle fare più di quanto potesse fare e di quanto era preparato a fare. Fu vittima dei suoi smodati sogni di gloria. Volle combinare grafologia e matematica senza conoscere né l'una né l'altra e fece i disastri di un apprendista stregone. Bertillon era un caratteraccio, presuntuoso, vanitoso, ambizioso. Si racconta, ed è probabile che sia vero, che quando, segnato ormai da malattia mortale, il ministro di Giustizia gli fece sapere che era pronto a conferirgli quella Legion d'onore a cui Bertillon aveva aspirato per tutta la vita, a condizione però che ritrattasse le sue affermazioni sul caso Dreyfus, la risposta fu un inferocito "no". Detto questo, tutto si spiega.
5) Altra causa: lo stato della disciplina di allora, che è poi, sostanzialmente, anche lo stato attuale. E qui si pone una logica domanda: se è vero, com'è vero, che la grafologia generale ha dato un contributo eccezionale agli studi grafici e quindi anche alle perizie, come mai non sono diminuiti gli errori dei periti grafici? La risposta è complessa e richiede un'analisi che costituirebbe da sola una monografia. In questa sede si può solo dire che contra factum non valet argumentum. Gli errori persistono, sono frequenti e gravi e sono dovuti ai periti di qualsiasi scuola. Questo è un dato di fatto che dimostra come, dal punto di vista del rischio di errore, la grafistica giudiziaria è tuttora una disciplina ipoevoluta.
 
I diari di Mussolini
(Da Wikipedia, l'enciclopedia libera)
 
Qui si fa riferimento ad almeno due casi di falsificazione di documenti creati da falsari che sfruttarono testimonianze storiche che riportano l'uso di Mussolini di possedere un diario.
Falso del 1957 : una prima falsificazione risale al 1957 quando Rosa e Amalia Panvini, madre e figlia, affermarono di aver reperito trenta volumi di diari. Il materiale fu autenticato anche da Vittorio Mussolini [1] Sulle prime proprio l'elevato numero di volumi sembrò un elemento a favore dell'autenticità. I contenuti però si dimostrarono poco consistenti e di seconda mano.
Falso del 2007: l'11 febbraio 2007 Marcello Dell'Utri annunciò di aver ricevuto dai figli di un partigiano deceduto (di cui si rifiuta di rivelare il nome) cinque presunti diari manoscritti da Benito Mussolini, contenenti appunti dal 1935 al 1939. Alcuni storici quali Francesco Perfetti inizialmente furono possibilisti, altri come Giovanni Sabatucci, Valerio Castronovo e Denis Mack Smith si espresserò al riguardo con scetticismo. Pochi giorni più tardi L'espresso annunciò, in seguito ad uno studio approfondito, il palese falso dei diari. Dopo diversi mesi di attenti studi condotti da uno dei più autorevoli storici del fascismo Emilio Gentile ed il presidente dei grafologi italiani Roberto Travaglini, che constatarono delle macroscopiche discrepanze storiche ed una calligrafia non riconducibile a Mussolini. È stato fatto notare che questi diari non fossero una novità: per la prima volta comparvero nel 1980, offerti in vendita al Time di Londra che li sottopose all'analisi di alcuni esperti ed alla fine li rifiutò. Nei primi anni 90 vennero proposti alla casa d'aste Sotheby's che ne dichiarò la falsità, nel 1992 si tentò la vendita all'editore Carlo Feltrinelli che, fatti visionare da esperti rispedì al mittente i volumi, nel 2004 infine vennero proposti a L'espresso che fece effettuare l'analisi ai due esperti sopra citati e, appuratane la falsità, rifiutò l'acquisto. Nel 2007 furono comprati da Marcello Dell'Utri che nonostante l'opinione contraria di tutti gli storici e gli esperti in materia grafologica continua ancor'oggi a sostenerne l'autenticità.
I falsi diari di Hitler
(Da Wikipedia, l'enciclopedia libera)
 
I cosiddetti "diari di Hitler" sono un celebre falso storico. La loro pubblicazione, nel 1983 sulla popolare rivista Stern, fu uno dei più grossi scandali nella storia della stampa tedesca. Nell'aprile del 1983 il settimanale Stern dichiarò di essere entrato in possesso dei diari segreti del dittatore nazista Adolf Hitler: a scoprirli era stato il giornalista Gerd Heidemann, che li aveva acquistati per la cifra di quasi 10 milioni di marchi dal pittore Konrad Kujau. Secondo la testimonianza di quest'ultimo, i preziosi diari facevano parte di un gruppo di documenti recuperati dalla carcassa di un aeroplano precipitato poco prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, nell'aprile 1945, a Börnersdorf, presso Dresda (che allora, nel 1983, faceva parte dell'ex DDR). I 62 volumi dei diari coprivano gli anni dal 1932 al 1945: Gerd Heidemann affermò di averli sottoposti al giudizio di alcuni dei maggiori studiosi del periodo, tra cui gli storici Hugh Trevor-Roper, Eberhard Jäckel e Gerhard Weinberg. Nel corso di una conferenza stampa tenutasi il 25 aprile 1983 essi dichiararono autentici i diari. Trevor-Roper in particolare dichiarò:
 
Sono sufficientemente certo che i documenti sono autentici e che la storia dei loro viaggi dal 1945 sia vera; di conseguenza, è chiaro che le tesi fin'orai accertate sullo stile di scrittura di Hitler, sulla sua personalità e persino, forse, su alcuni eventi storici, possano dover essere sottoposte a revisione.
 
 
Trevor-Roper era all'epoca il direttore della casa editrice del Times di Londra e, sebbene abbia in seguito decisamente negato di aver agito in malafede, la sua posizione presentava un chiaro conflitto di interessi, poiché il domenicale del Times, Sunday Times, aveva già pagato una considerevole somma per avere l'esclusiva della pubblicazione dei diari nel Regno Unito. Dopo nemmeno due settimane scoppiò tuttavia lo scandalo: la verità venne a galla il 5 maggio, quando furono resi noti i risultati delle analisi di due istituti che avevano esaminato il materiale in cui erano stati redatti i diari. L'analisi chimica dell'inchiostro e della carta provò che entrambi risalivano sicuramente a un periodo molto successivo alla Guerra (vi erano fibre di nylon e un sostanza chimica usata come sbiancante commercializzata solo dopo gli anni ’50). Inoltre, un più accurato esame portò alla luce svariate inesattezze storiche, mentre lo stile stesso della scrittura corrispondeva solo superficialmente a quello di Hitler.Uno dei dettagli più grotteschi era che persino il monogramma sulla copertina dei diari era sbagliato, essendo FH invece che AH, le vere iniziali del nome di Hitler. Si scoprì che Kujau aveva guadagnato in passato parecchi soldi realizzando copie di quadri di Hitler e che era diventato abilissimo nell'imitarne la calligrafia: il contenuto dei "diari" era stato in larga parte copiato dai testi dei discorsi pubblici del Führer, con l'aggiunta di commenti "personali".Travolti dallo scandalo, i capi redattori di Stern Peter Koch e Felix Schmidt si dimisero. Heidemann e Kujau vennero arrestati, processati per frode e condannati. Avendo confessato subito di aver scritto egli stesso i falsi diari, Kujau ottenne una condanna relativamente mite e, una volta scarcerato, sfruttò la notorietà acquisita per la vicenda guadagnando una discreta fortuna. Heidemann, al contrario, venne trattato più duramente, poiché la corte era giunta alla conclusione che una parte dei 10 milioni pagati da Stern non fosse stata trasmessa a Kujau, ma Heidemann se ne fosse indebitamente appropriato, e la sua ostinazione nel negarlo venne considerata un'aggravante. Di recente però, gli eredi di Kujau, morto nel 2000, hanno ammesso che questa accusa contro Heidemann non era fondata, come provano delle registrazioni di telefonate che a Heidemann non fu permesso presentare al processo: si prepara quindi un processo di revisione della sentenza.A seguito di questo clamoroso inganno cui aveva, seppure involontariamente, dato il suo prestigioso avallo, il prestigio accademico dello storico Hugh Trevor-Roper rimase assai appannato. Come ebbe a confessare in seguito, probabilmente il pensiero di potere, grazie a quei diari, realizzare il sogno di qualsiasi storico del nazismo - riuscire a spiegare una volta per tutte la personalità del dittatore nazista - gli aveva fatto abbandonare la cautela necessaria in questi casi. L'ultimo volume dei falsi diari di Hitler è stato acquistato ad un'asta a Berlino il 23 aprile 2004 da un anonimo compratore per la cifra di 6.500 euro.
Bibliografia:
  • Robert Harris, I diari di Hitler, Mondadori 2002.
  • Erich Kuby, L'affare Stern, Rizzoli, 1984.